Quando a metà gennaio mi sono ritrovata agli Universal Studios di Orlando con il mio fidanzato, una vacanza di circa dieci giorni in Florida che ho saputo apprezzare moltissimo non solo perché ha sancito un’infinità di prime volte per la mia persona -ho fatto il passaporto, ho viaggiato forever alone in aereo, mi sono persa a Malpensa, ho assaggiato il famoso pepperoni, ho baciato un delfino, ho preso in mano un baby gator, sono salita su un air boat (Horatio Caine rulez, dopotutto), ho scalato un pick-up truck e così tanto altro che mi servirebbero almeno ulteriori cinque articoli buoni per elencarvele una a una-, ma anche perché mi ha aiutata a staccare completamente la spina dalla tesi in dirittura d’arrivo -paiono essere trascorse settimane e settimane dalla conclusione della mia personale epopea universitaria, ma, a dire la verità, giovedì prossimo fanno “solo” due mesi tondi tondi dal fattaccio aka la laurea magistrale-, nel varcare la soglia di un parco divertimenti con la P e la D maiuscole ho potuto osservare la gigantografia di una locandina del cinema, quella con Robert Downey Jr. vestente i panni di John Dolittle, il dottore di animali più famoso e conosciuto al mondo, sia dai grandi sia dai piccini, nessuno escluso.
Nonostante mi fossi presa l’impegno con me stessa di recuperare, una volta tornata alla mia routine quotidiana costituita da agitazioni varie ed eventuali corse contro il tempo, tale pellicola, magari ispezionando la zona alla ricerca di qualche cinema che lo stava proponendo di nuovo in estremo ritardo o, più plausibilmente, aspettando con infinita pazienza il dvd da poter vedere e rivedere con mio fratello perché a entrambi piace oltremodo il nostro Iron Man di quartiere (semicit.) -è dall’uscita nelle sale che non rivedo Avengers Endgame, sappiatelo: chi di voi sa indovinarne la ragione?-, con una sana vergogna che non ambisco a pubblicizzare troppo neanche sugli schermi dove, in maniera tanto virtuale quanto effettiva, ci incontriamo per parlare di libri, lo confesso, a tutt’oggi non ho avuto ancora l’occasione di visionare il film di Stephen Gaghan, ma, prima di azzannarmi alla gola con le fauci che, intravedo già da qui, smaniano per saziarsi con la mia carne traditrice, devo ammettere di essere stata felice di averlo fatto, visto che, altrimenti, non mi sarei potuta gustare il libro di Hugh Lofting gentilmente offertomi dalla casa editrice Mondadori. Perciò, nell’odierno Thr33 Words, una rubrica particolare in cui associo alla lettura fatta un terzetto di aggettivi che, a mio insindacabile e opinabile giudizio, descrive l’opera in toto, vi parlo proprio de Il viaggio del Dottor Dolittle, un’edizione illustrata che contiene i primi due volumi della serie.

Quando il lettore medio incrocia, per puro caso o per scelta ponderata, la medesima strada del padre dei generi letterari, il classico, tipologia di libro che, lo dico a malincuore, quasi con l’anima in mille frantumi, al giorno d’oggi è troppo spesso bistrattata poiché viene considerata sia desueta nel linguaggio adoperato sia difficile nella comprensione delle sue sfumature, può fare affidamento sulla presenza di determinati elementi che sempre appaiono non selvaticamente nella risma a loro disposizione spalleggiandosi a vicenda, lessemi ricercati che trasportano l’avventuriero delle pagine inchiostrate in un universo dove le origini del proprio idioma non vengono mai dimenticate, tortuosi costrutti che inducono ogni mente ricettiva ad aprirsi al nuovo per comprendere il vecchio tramite una strada non ancora battuta da piedi esperti o meno, profonde riflessioni che, grazie all’aiuto dell’essenza moderna nascosta nelle tematiche prese in considerazione, sono capaci di fomentare l’empatia più latente in chicchessia.
Nondimeno, solcando placidamente le acque de Il viaggio del Dottor Dolittle, curatissima edizione illustrata targata Mondadori che racchiude il primo e il secondo volumi della serie di Hugh Lofting riguardante il tanto simpatico quanto conosciuto veterinario, si ha la dimostrazione che, a volte, le certezze di un’intera esistenza possono essere demolite in un battito di ciglia spiazzate dagli eventi del caso attuale. Infatti, nell’attimo durante il quale si decide di concedersi una minuscola scappata fra le peripezie vergate dell’ex guaritore di umani, si riscontra una chiarezza alla base della storia che, avvolgente nel blandire il suo pubblico curioso e indulgente nel riceverne la sconfinata meraviglia, conduce al proscenio un’ars scribendi dalla lavorazione sia nitida sia decifrabile, palese e millimetrica ricercatezza d’espressione che, illustrando a dovere uno stuolo ben nutrito di contenuti importanti dai quali emerge, in primis ma non per ultimo, il rapporto, sovente univoco, tra bipedi irriconoscenti e animali fedeli, concede alla globalità di spingersi laddove non ha mai potuto sperare, un mondo a sé stante in cui un dizionario per pochi si trasforma alla portata di tutti foraggiando chiunque a ricredersi, capire e imparare.

 

 

 

 

Sebbene non sia così lapalissiano conoscersi davvero a menadito in quanto le nuances di ogni cuore pulsante sono inclini a rappresentare la completa tavolozza di colori disponibili in questa vita e nella prossima, cinquanta e più sfumature non solo di grigio che, imbiancando le pareti dello spirito ospitante con una vastissima gamma di caleidoscopici pennelli e tecniche bizzarre, largiscono dagherrotipi all’avanguardia nei quali le contingenze dell’esistenza trovano sia portate vivaci sia tenui alimenti per sostentare gli anni dei loro capri espiatori umani, prendendo in considerazione l’ambito delle pagine inchiostrate, ogni volta che la mia persona ha l’occasione di affrontare un purchessia testo di letteratura romanzata e non, con grande facilità impara, pian piano verso il domani e sicuramente meglio di ieri, i propri gusti prediletti in fatto di carta stampata nero seppia, dando voce, in particolar modo, a quell’insieme di caratteristiche, per me speciali e per taluni insignificanti, che sanno fare la differenza grazie al mastodontico valore aggiunto con cui sogliono accompagnarsi da sempre e per sempre.
Nell’ondata di potenziali tesori vergati ancora da sbirciare, curiosità a destra, e idolatrare, complimenti a manca, Il viaggio del Dottor Dolittle di Hugh Lofting rientra tra le fila della suddetta categoria di libri che, in un modo o nell’altro, non posso fare a meno di apprezzare in toto: sorvolando sull’essenza classica dei due volumi in uno dell’autore britannico per la quale, si sa ormai da tempo qui a La Nicchia Letteraria, ho un debole così gigantesco da trasformarmi nella versione femminile di Gollum che impazzisce di fronte all’Unico Anello nato dalla fantasia sfrenata di J. R. R. Tolkien, le avventure del veterinario “faccio poco” sono raccontate all’uditorio mediante un’allegria senza pari, tono incalzante di descrizione narrativa che riesce a donare positività anche nelle situazioni più buie, addii improvvisi riguardanti fidati compagni di una vita intera, morti riscoperte in grado di far emergere un passato da tener seppellito, visioni obsolete che seguitano a ferire nonostante l’abitudine nel tollerare, drammatici epiloghi, quindi, che, mostrati, con la realtà dei fatti, pure ai giovani approccianti la lettura, si risolvono con l’azione di pochi e la speranza di tutti.

Se vi chiedessi un parere spassionato sull’aforisma di Italo Calvino, Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, voi cosa mi rispondereste, così di primo acchito, giusto per dare soddisfazione alla qui presente vecchietta che a brevissimo si avvicinerà di un passo alla mezza età pure sulla carta?
Ebbene, signore e signori, la massima sia nodale sia concisa dell’autore e partigiano italiano trova in me la più completa approvazione, soprattutto tenendo in conto il mio infinito amore nei riguardi di questo o quell’esempio di letteratura d’altri tempi verso cui sento sempre l’usuale trasporto di una tredicenne per la propria boy band preferita: malgrado la quasi totalità dei nostri simili abbia radicata in seno una grande predisposizione al credere che l’emblema simbolo delle opere vergate custodisca nell’animo un tratto sopravvalutato in merito a tantissime peculiarità fuori moda oggigiorno, tra cui le inequivocabili sicurezze dell’epoca legate ai vincoli sociali durante un passato ormai lontano che, dovremmo quantomeno sperare, ora risultano un tantino obsolete considerando le novità portate, con estrema e ovvia facilità, dal progresso in ambito non solo culturale ma anche storico, la forza delle pagine incartapecorite nel corpo e non nello spirito è tutta racchiusa nella natura Sempreverde di cosa vi è ospitato tra le loro righe in successione, cascata di lessemi che, pure volendo, non saprebbero tramontare mai.
Nella poc’anzi menzionata graduatoria di pari titoli d’antico sapore genuino, Il viaggio del Dottor Dolittle non si esime dall’apparire con la sua personalissima maestosità per giovani menti curiose del nuovo e per navigati cervelli attenti al prisco, l’incipit in due capitoli della serie di Hugh Lofting che inciampa agevolmente nell’enfatizzazione di argomenti dalla manifesta utilità per metabolizzare quanto successo ieri, quanto succede oggi e quanto succederà domani, sole luminoso in grado di albeggiare persino all’orizzonte della realtà più buia e sfavorevole dove si è costretti a vivere né per il bene comune né per la felicità individuale, un destino calamitoso, questo, che si è giunti ad accettare con indulgenza per mettere in pratica il letto e il visto nello stesso momento.

 

 

 

 

Si ringrazia la casa editrice Mondadori per la copia ricevuta in omaggio.
#prodottofornitoda #copiaomaggio

 

 

Valutazione:

 

Scheda libro

Titolo: Il viaggio del Dottor Dolittle
Autore: Hugh Lofting
Casa editrice: Mondadori
Pagine: 456
Anno di pubblicazione: 2020
Genere: Narrativa per ragazzi
Costo versione ebook: 8.99 euro
Costo versione cartacea: 18.00 euro
Link d’acquisto: Amazon (ebook), Amazon (cartaceo)
Sinossi: Nell’Inghilterra del 1800, a Puddleby-on-the-Marsh, vive John Dolittle, un veterinario a dir poco speciale, che gli animali non solo li cura, ma anche li capisce, perché sa parlare la loro lingua. Discute con i tori, traduce il coccodrillese, interroga (mettendo la testa sott’acqua, ovviamente) i molluschi marini sulle loro abitudini. Gip il cane, Pollynesia il pappagallo, Tac-Tac l’anatra e Cii-Cii la scimmia sono i suoi migliori amici, ma anche i compagni perfetti per i suoi viaggi strabilianti: un tipo come il Dottor Dolittle, infatti, non si accontenta certo di curare raffreddori agli animali di campagna. Là fuori c’è un mondo che lo aspetta, con le creature più strane – sapreste dire com’è fatto un Giabizri? – che non vedono l’ora di fare quattro chiacchiere e vivere con lui avventure straordinarie.
Arricchiti dalle illustrazioni originali dell’autore e in una nuova traduzione, La storia e I viaggi del Dottor Dolittle, i primi due romanzi della serie, tornano per divertire nuove generazioni di lettori.