Nonostante sia sempre molto elettrizzata quando si tratta di pubblicare online un racconto per il mio spazietto mensile di scrittura creativa Storytelling Chronicles -ve lo ricordo una volta in più che non fa mai male: non è un progetto “egoista” il suddetto, là fuori (?) c’è un bel gruppo di avventurieri che ha deciso di unirsi a me per intraprendere questo viaggio pazzesco all’insegna di parole ed emozioni vergate-, oggi sono terribilmente su di giri perché, in occasione della tematica da me scelta fra una rosa ben nutrita di alternative -otto per la precisione!-, La donna, ho voluto osare come mai avevo fatto prima: non solo mi sono buttata su un genere letterario che rientra poco nelle mie corde sia di autrice sia di lettrice –*coff coff* il dark romance *coff coff*: sì, fa stranissimo pure a me, non siete gli unici, tranquilli!-, ma ho anche voluto rischiare parecchio dando vita a una scena specifica nell’ultima parte del racconto molto poco da me -mi sono sentita a disagio tutto il tempo, mentre imbrattavo di inchiostro figurato il file Word del presente testo: considerata la sfumatura “oscura” che ho voluto adottare, già, si tratta proprio di un amplesso che ho cercato di rendere il più esplicito possibile! Se ci rifletto ancora, vorrei sparire dalla faccia della Terra-.
Ora, al di là del fatto che nell’attuale istante vorrei scavarmi una buca e sotterrarmi per evitare la gogna mediatica in entrambi i sensi, positivo o negativo che sia -la paura di non piacere e l’ansia da prestazione mi fanno agitare tantissimo, credo sia comprensibile e lapalissiano! Tant’è vero che avrei voluto rimandare a data da destinarsi la pubblicazione! Sono infantile, I know-, sono lieta di presentarvi il folle crossover che la mia testa ha partorito nella sua macabra creatività, l’incontro di due anime squilibrate, la protagonista di Conosci i tuoi vicini?, inserito nell’antologia Genesis Publishing dal titolo Tenebrae. Verso un mondo oscuro e ammaliante, e il main character de Il Collezionista.

Creazione a cura di Tania, admin del blog My Crea Bookish Kingdom

 

Apro gli occhi e mi siedo di scatto.
Vorrei alzarmi da questo giaciglio, eppure l’unica mossa che riesco ad attuare al momento è ributtarmi, a peso morto, fra i cuscini sistemati con precisione chirurgica.
La testa dolorante e il capogiro che mi ha colto impreparata poco fa strepitano l’ovvio: qualcuno mi ha colpita alle spalle per trascinarmi in una camera da letto, chissà dove e da chissà quanto tempo.
Inspiro ed espiro, fissando il soffitto reso invisibile dall’ostacolo del tendaggio pesante di un baldacchino. Affino la vista, facendo del mio meglio per concentrarmi almeno un poco, nonostante il martellare incessante alle tempie.
Non è rubino, non è violaceo, sta nel mezzo. È il colore del sangue.
Con estrema cautela, mi volto prima verso destra e poi verso sinistra. Ogni soprammobile o tessuto che entra nel mio campo visivo rispecchia la tonalità carminia.
Dovrei provare paura, non sapendo, nell’ordine, il luogo in cui mi trovi, il come ci sia arrivata e il chi mi abbia condotta entro queste solide quattro mura, ma non ho alcun motivo razionale per preoccuparmi davvero.
Innanzitutto, l’odore del disinfettante mi fa capire che sono stata medicata e il leggero sentore di vaniglia dimostra un’accurata opera di pulizia con relativo cambio d’abiti.
Continuando il resoconto, ho ancora a portata di mano – o meglio di falcata se solo mi decidessi a trovare le forze per uscire dalle coltri – le due pistole che mi accompagnano di solito, quella ascellare d’ordinanza da un lato e la gemella formato mignon alla caviglia dall’altro. Sono state sistemate, insieme ai miei abiti ben ripiegati, sulla poltrona in fondo alla stanza, nell’angolo destro vicino all’unica finestra presente qui dentro.
Infine, la mancanza di costrizioni ai polsi e alle gambe mi fa intuire che, forse, non sono una prigioniera nel vero senso del termine.
«Ma allora perché sono stata rapita?»
«È quello che mi chiedo anche io.»
I miei occhi saettano verso la porta. È in posizione centrale, alla mia sinistra rispetto il famoso armadio improvvisato che non ci ha creduto abbastanza per diventarlo a tutti gli effetti.
Noto subito che la luce brillante proveniente dal corridoio in lontananza è spezzata da una sagoma, maschile stando alla voce profonda appena udita, che non ho sentito arrivare. Fatico a vedere al di là della soglia: l’uomo che vi si staglia è una montagna.

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La semi oscurità della camera mi induce a guardare l’unica sua parte a me visibile per ora: le grandi mani. Tiene stretto un vassoio, sembra sia arrivato per servirmi qualcosa.
«Dovresti avere fame, scricciolo.»
Lo fisso senza tradire alcuna espressione. Dentro di me, però, sono stranita: non capisco se il motivo del mio stato d’animo sia legato alla sua preoccupazione riguardo la mia nutrizione o al nomignolo con il quale mi ha appena identificata.
Non aspetta una risposta evidente da parte mia per avvicinarsi al letto e, mentre incede nella mia direzione, studio la sua figura.
Qualsiasi donna diversa da me lo definirebbe piacente. È arduo non notare le spalle larghe, le braccia tornite e le gambe ben piazzate sotto a un torace di certo scolpito. Eppure, è il viso la sua arma letale.
Mascella volitiva e leggermente squadrata.
Zigomi alti e pieni.
Sguardo penetrante e decisamente caldo.
Capelli neri e setosi.
Sembra uscito da uno di quei romanzetti con il modello senza veli in copertina.
Non mi muovo da dove sono, ma deglutisco.
È l’unico impercettibile movimento che mi concedo. Se ne accorge e ghigna.
Mi sta già sul cazzo, se non peggio.
Arrivato a destinazione, appoggia il carico sul comodino prima spoglio. È un pasto completo: una bottiglia di Coca Cola con bicchiere a seguito, un trancio fumante di pizza ai pepperoni e un abbondante contorno di patatine fritte. Mi ricorda tanto la mia cena spazzatura del…
«Mercoledì. È la tua cena spazzatura del mercoledì, scricciolo.»
Lo osservo con maggiore attenzione, mantenendo la mia maschera di niente indosso. Mi legge addirittura nel pensiero: Edward Cullen, sei tra noi?
«È da un po’ che ti seguo.»
Lo dice con nonchalance.
Lo dice come se mi fosse sfuggito.
Lo dice senza cognizione di causa.
«Due settimane, tre giorni e quattro ore.»
Lo affermo, semplicità alla mano.
Mi sorride, il figlio di puttana.
Mi sorride mentre, per un breve e lunghissimo attimo, il suo sguardo mi sfiora le labbra, famelico.
Mi sorride, e mi corregge subito dopo.
«Tre settimane, due giorni e un’ora, tesoro. Sei rimasta incosciente per un pochino.»
Si siede sulla sponda del letto e inizia ad accarezzarmi la testa.

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Ho i brividi e non so perché. Se fosse dovuto alla scoperta di aver ricevuto un colpo così forte da rimanere tramortita per quasi un’ebdomada?
«Era sera e mi trovavo nei pressi della panchina appena fuori il Municipal Park.»
Comincio a ricordare qualcosa. Il vaso di Pandora sta per essere scoperchiato, ma sono calma: paradossalmente, il tocco gentile di quel maniaco mi tranquillizza.
«La luce artificiale non produce un bell’effetto di solito, ma su di te… Ah! Con te è riuscita a fare un miracolo, piccola mia: ti ha trasformata in un angelo, quando hai oltrepassato il lampione.»
Ricambio l’ampio sorriso mentre penso a come ammazzarlo. È da mesi che sogno questo preciso quanto di tempo. Mi mancava davvero l’ebbrezza del mio macabro hobby da giudice e giuria, fin da quando mi sono sbarazzata dei coniugi Phillips, nell’attimo in cui iniziai lo stage alla BAU.
La prima volta non si scorda mai.
«Tu sei il Collezionista.»
La mia affermazione sicura fa evaporare la gioia dal suo viso, lasciando il posto alla più genuina delle sorprese. Non se lo aspettava. Bene, un punto per me, stronzo.
«Scricciolo, sei una donna dalle mille risorse…»
Sospira e riprende a sfiorarmi le ciocche bionde.
«Fidati, non ne hai proprio idea.»
Conversiamo a occhiate penetranti dopo le poche sillabe di cui sopra.
Sul lavoro mi è stato insegnato a non abbassare mai lo sguardo. Solo mantenendo fisso il contatto visivo si fa capire al soggetto ignoto che la paura è l’ultima emozione facente parte del nostro repertorio. Eppure, quando la dolcezza comincia a pervadere le sue pozze nere come l’inchiostro, vorrei scrutare tutto fuorché lui. Da fuori, però, cerco di non dare segni di cedimento. È dall’adolescenza che non esprimo niente, non inizierò a farlo ora per il ludibrio privato di questo squilibrato.
«Che ci facevi a Quantico? La tua zona di caccia è sulla East Coast, tra Philadelphia e New York», non riesco a trattenermi dal domandare. È più forte di me: quando qualcosa mi sfugge, esigo conoscere ogni dettaglio, sebbene sappia che, in casi come questo, urge adottare la cautela più rigorosa.
Tuttavia, lui non pare fare troppo caso alla mia insistenza, anzi preferisce il gioco opposto, non rispondendo subito. Infatti, si gira verso il comodino, prende una patatina e me la mette di fronte le labbra serrate.

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Artista: matthiasboeckel

«Apri, scricciolo.»
Guardo lui, pregando il mio corpo di non tradirmi.
Guardo il tubero che mi solletica le narici, cercando di far finta di niente.
Guardo di nuovo lui, e il mio stomaco inizia a brontolare.
Sbuffo irritata, alzando gli occhi al cielo, ed eseguo l’ordine. Il maschio alfa è soddisfatto, lo so fin troppo bene senza neanche accertarmene con un’occhiatina fugace. Mi basta aver rimediato alla mia sfacciataggine con un’obbedienza. È meglio tenerlo buono, già.
«Desideravo vedere chi mi stesse cercando», finalmente risponde.
Mando giù il boccone quasi intero, ho proprio fame, e riprendo lo studio accurato del suo viso.
Sembra quasi sincero. Non so comunque se credergli o meno.
«Eppure, tra tutte le persone che potevano darmi la caccia, non mi aspettavo certo una come te.»
Vorrei inarcare il sopracciglio, in cerca di una muta spiegazione, ma resisto.
L’uomo attende ancora, penso ci abbia preso gusto a fare il prezioso. Si prende tutto il tempo per passare il dito sulla pelle nuda del mio braccio. Segue attentamente il percorso, come se da quello dipendesse la sua intera esistenza.
«Di solito gli esseri umani provano delle emozioni, scricciolo.»
Vorrei che arrivasse al dunque perché odio i giri di parole. Tuttavia, non gli dico niente, mi limito a chiudere gli occhi.
Forse la mia mossa non gli è piaciuta, visto che, dopo qualche secondo, sento una morsa artigliante al polso sinistro.
Spalanco le palpebre.
«Non. Privarmi. Dei. Tuoi. Zaffiri. Piccola.»
Scandisce i vocaboli, la rabbia contenuta a stento. Finalmente la proiezione concreta del profilo pensato all’Unità Comportamentale dell’FBI si sta mostrando nella sua spietata fierezza.
Sto zitta e aspetto, di nuovo.
È il suo turno di inspirare ed espirare, rilasciando con calma la presa su di me. Riprende a tracciare sentieri immaginari sul mio braccio. Si è calmato, credo, ma non voglio tentare ancora la sorte distogliendo lo sguardo dal suo, per guardare dove sicuramente si sta formando un bel livido.
«Le gemme incastonate nelle orbite sono lo specchio dell’anima, tesoro.»
La mia scena muta sta riscuotendo sempre più successo. Non solo sorride, ma si china su di me per lasciare un minuscolo bacio sulla porzione di pelle che mi ha leso durante l’attacco di ira repentina. Da quando in qua prova rimorso?
«Sono i sentimenti ad accenderle come alberi di Natale, sai?»

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Artista: captainmk

Annuisco, anche se non so dove voglia andare a parare. Sono troppo impegnata a riflettere.
«Eppure, con te non succede così.»
Si concede un respiro profondo prima di dare voce a nuove parole.
«Fino ad ora, non ho visto niente del genere, nel mare dei tuoi occhi.»
Smette di toccarmi il braccio per prendermi a coppa la guancia sinistra.
«Ho dedotto fossimo uguali, io e te, scricciolo.»
Sono irremovibile nelle movenze facciali, ma, se volessi palesare qualcosa, sgranerei gli occhi.
«Ti va di fare un gioco con me, piccola?»

 

Potevo prevederlo, dovevo prevederlo, ma non riesco a capacitarmene comunque.
Non ne sono completamente certa, ma credo di trovarmi nel suo reliquiario. Innanzi a me, dopotutto, centinaia, se non migliaia, di occhi ricambiano il mio sguardo privo di emozione. Sono disposti con precisione e armonia in una serie di vetrinette che ricoprono ogni palmo libero delle quattro pareti della stanza. Al centro, troneggia una chaise longue di mogano dove, immagino, il Collezionista osserva i suoi tesori indisturbato, magari bevendo uno scotch doppio senza ghiaccio ad annacquarlo e ascoltando un 33 giri sul grammofono posto al suo fianco. Il tutto è condito da alcuni candelabri a soffondere l’atmosfera con una morbida blandizia.
«Tesoro, vieni qui.»
Smetto di contemplare i souvenir dei suoi omicidi e lo guardo.
Al varcare l’uscio, si era fermato per lasciarmi passare, indossando le vesti di un gentleman d’altri tempi, ma, mentre i miei piedi avevano messo le radici poco dopo la soglia, stregati dal panorama raccapricciante, lui mi aveva superata, giungendo alla seduta per appoggiarsi alla spalliera. È da lì che mi ha imposto il suo volere per l’ennesima volta.
Onde evitare di perdere l’equilibrio, mi avvicino cauta, un piede dietro l’altro, mantenendo la comunicazione silenziosa fra noi.
Lo so, mi sto prestando, senza fiatare, al divertimento di un serial killer. Fin dove può arrivare la curiosità e quando si trasforma in malattia?
«Sei bellissima, scricciolo…»
Mi fermo davanti a lui. Gli arrivo a malapena ai pettorali fasciati dalla maglietta aderente che, quindi, concede poco spazio all’immaginazione. Malgrado l’estrema differenza d’altezza fra noi, non distolgo lo sguardo dal suo viso. All’inizio pensavo di aver paura delle conseguenze di un simile gesto, poi ho riflettuto sul fatto di non esserne davvero capace, ma ora, ora credo di non volerlo manco per sogno.
«Data la tua lunghissima esperienza in materia femminile, lo considererò un complimento.»
Sono sempre così controllata a causa del retaggio avuto durante l’infanzia. Il mio sport preferito era cambiare famiglie affidatarie più della biancheria e, ovviamente, il livello di violenza dall’una alla successiva aumentava. Insomma, ho imparato in fretta a stare al mio posto.
Eppure, al cospetto di quest’uomo, non riesco a trattenermi come vorrei. Mi sento compresa, però: neanche lui sembra contenere il proprio istinto. Infatti, si mette a ridere.
Si mette a ridere e mi lascia senza parole.
Si mette a ridere, di gusto, e mi lascia senza parole.
Si mette a ridere, tenendosi la pancia, e mi lascia senza parole.
Sullo strascico di quella felicità improvvisa, si stacca dall’appoggio temporaneo con un colpo di reni e mi prende per le spalle. Me le accarezza, piano, quasi venerandole, mentre avvicina i nostri corpi. Prima di farmi appoggiare il capo nell’incavo del collo, mi dà un bacio sulla fronte.

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Artista: pjes

«Hai ragione, ma te l’ho già detto, piccola: non sei come le altre.»
Me lo sussurra all’orecchio destro, annusandomi tra un sostantivo e un aggettivo, a caso. Tornano i brividi molesti che si accentuano appena mi prende in braccio. Uso ogni arto a disposizione per reggermi alla sua stazza e, inevitabilmente, unisco ancora di più i nostri corpi.
Non voglio pensare alla camicia da notte che indosso. È lunga fino ai piedi, ma ora percepisco la seta nera ai fianchi. Non sarebbe un problema, ma questo pervertito non mi ha rimesso l’intimo dopo il bagno. Se io sento tutto, dal canto suo non sarà certo da meno.
«Scricciolo…»
Sospira forte.
Una volta.
Due.
Tre volte.
Sospira forte e inizia a camminare, stringendomi a sé con maggiore intensità.
So che stiamo per giocare, me lo ha detto prima e ci credo ma, sarà la presa salda che ha su di me, sarà il calore intenso che emana il suo corpo, sarà che sono ancora intontita per il colpo subito, appoggio la testa e prendo un bel respiro con la pace di chi sa di non dover temere alcunché.
Sto quasi per assopirmi tanto mi sento a mio agio in quella posizione ma, all’intensificarsi della presa sulle cosce e al fermarsi del suo incedere, riprendo coscienza, di lui, di noi, di ciò che sta per avvenire.
«Non vorrei farlo, tesoro, ma devo metterti giù ora.»
Gli annuisco sul petto e, riluttante, districo gli arti per lasciarlo libero. Eppure, non mi allontana subito da sé. Mi prende il viso con entrambe le mani, me lo alza affinché entri nel mio campo visivo e mi regala un sorriso.
«Dopo, ti riprendo in braccio, scricciolo. Promesso.»
Sbatto una volta le palpebre. Non ho neanche la forza di rispondergli a voce. Sono svuotata di tutto.
Con le dita mi sfiora il collo fino ad arrivare alle spalle, di nuovo, ma questa volta, dopo averle raggiunte, mi gira di 180 gradi, con accurata lentezza, e mi mette di fronte a una grossa sorpresa.
Al di là del fatto che non mi ero accorta della postazione odontoiatrica – o così sembra a me – a destra della porta da cui siamo entrati nel reliquiario, assicurata alle estremità di quel marchingegno di tortura, per i polsi e le caviglie segnati sia da legacci sia da manette, e imbavagliata di tutto punto, c’è una donna che ci fissa spaventata.

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Artista: Victoria_Borodinova

Non avevo idea delle sue intenzioni, ma mi basta un attimo per capirle al volo.
«Stai per mutilarla e ucciderla.»
«Sì.»
Si è pericolosamente avvicinato a me, sfiorandomi il tubercolo dell’elice con il naso e, per questo, togliendomi l’aria dai polmoni. Perché mi fa questo effetto?
«E io sarò la prossima.»
Lo bisbiglio, senza rivelare l’ansia in crescendo. In fin dei conti, non mi importa di morire ora, prima o poi dovrò farlo comunque.
Uno strano silenzio cala nella stanza, permettendo ai lamenti della nuova preda di esibirsi nel loro ultimo assolo sul palcoscenico terrestre. Mi chiedo se si possa passare a miglior vita anche solo per la semplice paura.
Tuttavia, abbandono subito la possibilità di elucubrare sul quesito esistenziale perché vengo riportata alla realtà da un dolore lancinante alla nuca. L’uomo mi ha stretto i capelli così forte da farmi lacrimare gli occhi e, brusco, mi ha voltata completamente verso di lui.
Ora mi sta fissando, lo sguardo di fuoco che vorrebbe incenerirmi sul posto e che, magari, a breve lo farà sul serio.
«Non. Dire. Idiozie. Scricciolo.»
Cerco di comprendere i suoi propositi malati. Non ce la faccio. Riesco a pensare soltanto a quante ciocche, in questo momento, stanno dicendo addio per sempre al mio cuoio cappelluto.
«Tu starai qui e assisterai allo spettacolo.»
Iniziano le spiegazioni, ma il senso ancora sfugge alla mia comprensione. Rifletto sul fatto che avrò presto un chiarimento se chiudo la bocca al mio interesse morboso, pazientando un poco, il giusto.
Quindi, gli regalo un cenno atono, accompagnato da un piccolo sorriso con il solo scopo di indurlo a perdonare la sfrontatezza alla quale ho dato voce poco fa.
Il mio colpo, per fortuna, va a segno, in un battito di ciglia. I suoi tratti marcati, infatti, cominciano ad addolcirsi, sebbene ancora non voglia mollare l’osso. Decide, al contrario, di intensificare la stretta, tirandomi a sé con estrema violenza.
È inevitabile che i nostri petti cozzino tra loro, ma non è altrettanto inevitabile che entrambi gemiamo all’impatto, forte, a bocca spalancata, fissandoci negli occhi senza sbattere le palpebre nemmeno una volta.
I secondi passano e noi rimaniamo immobili, lì, a desiderarci, a capirci, ad avvicinarci.
Non so se sto ancora respirando.
Non so se mi fa ancora male lo scalpo.
Non so se sto ancora pensando.
Voglio solo che mi stringa in una morsa.
Voglio solo che mi divori la bocca.
Voglio solo che prenda il mio corpo.
Voglio, ma un lamento soffocato dal pianto rompe l’incantesimo e io distolgo lo sguardo.
È sufficiente affinché il finimondo abbia inizio.
«Puttana! Ti avevo detto di stare zitta!»
Una raffica di schiaffi sferza l’aria intorno a noi. Anche se non sono io il bersaglio dei colpi, sono comunque frastornata perché in pochissimo tempo si è spostato dietro di me e, lo vedo, ora sta infierendo sulla prigioniera. A parte il genere specifico, come serial killer non ha mai avuto delle particolari preferenze: alte, basse, bionde, more, robuste, magre, l’importanza stava in quelle palline gelatinose di acqua al 98% che venera oltre l’ossessione. Ne celebrava la bellezza cavandole dalle orbite prima di scopare, come una bestia inferocita, a chi fossero appartenute. La violenza, tuttavia, culminava solo con lo strangolamento durante il suo orgasmo.
Sì, in pratica, per lui le donne sono delle svuotapalle usate all’occorrenza come punching ball.
Quando i miei pensieri rispetto la sua firma si azzerano, percepisco che è tornato il silenzio a farci compagnia e colgo l’occasione per soffermarmi sul volto della sventurata. Ci ha dato dentro con le percosse, i suoi lineamenti sono una maschera di sangue e lacrime. Le ha perfino spaccato le labbra e, dalla piega quasi innaturale che ha preso la bocca, direi che le ha, se non fratturato, quantomeno slogato la mascella. Da dove proviene una simile violenza, tutt’a un tratto? Un tale comportamento non rispetta il suo modus operandi. È tutto sbagliato, completamente.

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Artista: geralt

Sospiro e scuoto la testa. Cosa devo aspettarmi ora? Dopo averle asportato gli occhi, la violenterà davanti a me? O forse mi regalerà una performance inedita, visto l’andazzo?
Ci penso, mentre alzo lo sguardo e lo fisso.
Vacillo, mentre lo fisso e mi rendo conto.
Non ci penso più, mentre mi rendo conto e annaspo. Sta osservando me, non la iellata del momento.
Si azzarda a farmi addirittura un occhiolino, il maledetto figlio di puttana, e allunga la mano verso la sua sinistra.
Osservo quel movimento calcolato e scorgo una serie di arnesi in metallo che prima non avevo notato. Non sono mai stata così poco sveglia in vita mia. Comunque, sono disposti a regola d’arte e brillano sotto la luce artificiale della lampada alogena. Saranno i suoi strumenti del mestiere?
Ne prende uno e lo inzacchera di rosso cremisi appena entra in contatto col corpo della donna sul tavolo. Afferra il secondo e procede nella medesima direzione, iniziando a recidere e tranciare gli ostacoli lungo il suo cammino spietato. Non ha praticato l’anestesia: non ho visto alcuna siringa che possa smentire questa mia funerea tesi.
Malgrado il suddetto teatro dell’orrido che procede lento e scrupoloso grazie agli attrezzi di cui beneficia, non sono capace di distogliere lo sguardo. Se da un lato penso sia assolutamente raccapricciante, com’è ovvio che sia, dall’altro ne sono totalmente affascinata, com’è sbagliato che sia.
Mi vorrei cavare gli occhi per quello a cui sto assistendo.
Mi vorrei preservare gli occhi per quello a cui sto assistendo.
La meticolosità di un lavoro ben fatto, purtroppo, mi eccita più di ogni altra cosa.
È da anni che lo so.
L’assassinio in diretta di Mary Beth Johnson me lo ha dimostrato un lustro fa.
È da anni che ci convivo.
Mi masturbo tutta la notte dopo ogni peccato da me commesso, in nome del bene.
È da anni che lo bramo.
Sento l’adrenalina dell’attesa inondarmi le vene tutte le volte che mi accingo a farlo.
Per questo motivo non posso sottrarmi all’euforia. Rimango incantata dall’attività certosina, fino a quando i rumori dell’estrazione si esauriscono nel nulla, lasciando il posto ai tonfi calibrati di passi in avvicinamento.
A mano a mano che procede, mi copre la visuale. La vittima agonizzante diventa sempre più un lontano ricordo, un puntino distante anni luce da me e dalla mia perversione.
Ora riesco a vedere soltanto il suo torace.
Si alza e si abbassa. Cauto.
Si alza e si abbassa. Rilassato.
Si alza e si abbassa. Febbricitante.
Con lentezza, come il mio.
Normalmente, come il mio.
Di fretta, come il mio.
In una corsa all’ultimo sangue. Il nostro.
«Alla fine ti ho trovata, scricciolo.»
I miei occhi corrono ai suoi. La mia domanda in risposta è sia muta sia assordante.
«Sei come me, piccola.»
Mi prende il viso fra le mani, si avvicina alle mie labbra, le sfiora con la lingua. Perché non mi bacia?

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«Provi gioia quando assisti a un crimine: più è cruento, più ti senti appagata, forse anche eccitata.»
Il respiro mi muore in gola. Lo ha capito. Non dovrei esserne sorpresa, è acuto stando a quanto abbiamo appurato nel corso delle indagini preliminari, ma lo sono comunque.
«Non sapevo di starti cercando fino a quando non ti ho vista fuori la sede dell’FBI…»
Comincia a marchiare il territorio, regalandomi prima dei morsi e poi dei baci, dal collo in su, dalla fronte in giù.
Lo odio e lo amo.
Lo odio, lo amo.
Lo odio o lo amo?
«Ho letto i tuoi bellissimi diari, sai?»
Procede nel farmi impazzire. Labbra, dita e naso. Se non si decide una volta per tutte, giuro che lo ammazzo seduta stante.
In ogni caso, sapevo si era intrufolato nel mio appartamento. A me non sfugge niente, non può e non deve sfuggire niente. Socchiudo gli occhi e sorrido giocosa.
«Potrei insegnarti a non lasciare tracce, Collezionista. Sarebbe un bell’upgrade per te che abbandoni i cadaveri un po’ ovunque, non credi?»
Lo sguardo gli si accende, trasfigurandolo nella beatitudine più pura.
«Sono tentato, scricciolo, molto tentato, ma ora non è possibile. Ora dobbiamo fare l’amore.»
Annuisco senza riflettere, drogata dalle sue carezze.
Mi prende da sotto le ascelle e mi issa. Mi sfugge un gemito, mentre mi abbarbico stretta al suo busto. Me lo aveva promesso, prima di iniziare il nostro gioco, mi aveva promesso che mi avrebbe presa ancora in braccio: ha davvero mantenuto la parola.
Lui risponde al mio gesto da boa constrictor, baciandomi la testa e, nel frattempo, cominciando a camminare, immagino, verso la camera da letto.
Spero di non pentirmi di quanto sta per succedere. Chissà come reagirà alla rivelazione. Non ne ho idea, ma non posso più nasconderlo. Non posso più nascondermi.
Sono completamente allo scoperto.

 

«Sei bellissima, tesoro…»
È un disco rotto, ormai.
Non ho mai ricevuto dei complimenti, dopotutto nessuno è stato così interessato a me da dedicarmene qualcuno. Mi sono sempre presentata in una maniera tanto sfuggevole quanto indifferente, in fin dei conti, ma, lo confesso, adesso non mi stanno affatto dispiacendo, sebbene mi senta comunque un tantino a disagio. Forse perché è la prima volta che sono nuda davanti a un uomo? O forse è dovuto al fatto che mi sto per concedere a un notoriamente pericoloso maniaco omicida? Magari entrambe.
«Il tuo corpo è perfetto, piccola. Se potessi, continuerei ad adorarlo per l’eternità…»
Non sapevo fosse in grado di sussurrare frasi così dolci. Le accompagna a gesti altrettanto teneri che mi fanno sciogliere, malgrado all’esterno non lo dimostri. Pare un individuo talmente diverso da quello che ho imparato a conoscere grazie alle deduzioni del mio gruppo di lavoro. Mi disorienta. Chi sono io, però, per poter giudicare? Nonostante sappia che persona sia stata fino alla settimana scorsa, non riesco più a riconoscermi adesso. Le mie certezze stanno evaporando a mano a mano che lui tocca un nuovo lembo della mia pelle. Come sarò diventata già domani?

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Artista: geralt

Mi sollevo sui gomiti e osservo il suo operato. In questo istante sta donando una serie non numerabile di baci al mio ventre, seguendo dei ghirigori il cui senso è conoscibile solo da lui stesso, il famoso Collezionista, il serial killer che alle altre cava gli occhi e a me dona carezze.
È partito dal solco fra i seni, per la cronaca. Anche un idiota saprebbe dove sta per arrivare.
«Quando ti ho fatto il bagno, avrei voluto violare ogni tuo orifizio.»
Deglutisco. Sono su di giri, ma non così tanto da permettergli un saccheggio totale.
«La ceretta brasiliana è rivelatrice quanto la fragranza che emani, sai?»
Solleva lo sguardo verso di me e ghigna. Si sta riferendo alla mia eccitazione. Divento sfrontata: ripagarlo con la stessa moneta mi farebbe sentire davvero potente. Perciò, spalanco le gambe e lo sfido con una smorfia birichina.
«Potresti comunque venire a controllare di persona se è davvero così, non ti pare?»
Le sue pupille si dilatano quanto basta per farmi intuire che apprezza l’invito. Difatti, l’entusiasmo lo induce ad accettare subito, fiondandosi sulla mia vulva in cerca di attenzione.
Pensavo che la mia fantasia sul sesso orale fosse vicina alla realtà dei fatti. Non avendo mai avuto una vera esperienza in merito, ho cercato di rimanere con i piedi abbastanza per terra, ricordandomi che la vita, purtroppo, non è un film porno.
Eppure, quest’uomo non risponde affatto alle mie basse aspettative. Si avvicina molto di più a un dio greco abituato a scopare in giro la qualunque che respira. In effetti, è proprio così se si prende in considerazione il particolare curriculum vitae con cui si presenta da anni agli esemplari di genere femminile.
La sua lingua, per esempio, non è nata solo per parlare.
Lo sta dimostrando a pieno, coccolando con urgenza il mio clitoride sempre più pulsante. Prima di dare il la a questo attacco incrociato fatto di denti e saliva, ha divaricato le mie grandi labbra per accedere indisturbato all’apice della mia vagina. A quel punto, senza alcun preavviso, ha iniziato a lappare come un assetato in pieno deserto del Sahara.
«Cristo santo!»
Mi dimeno e boccheggio.
Boccheggio e gemo.
Gemo e mi dimeno.
Urlo.
Mi ha infilato dentro tre dita e non ero pronta.
Urlo.
Le toglie e le rimette sempre più forte.
Urlo.
Continua a leccare e inserire, togliere e leccare, leccare e inserire, togliere e leccare.
Urlo.
Immergo le mani nei suoi capelli e mi ci aggrappo.
Rappresentano il mio salvagente in questo mare in tempesta.
Immergo le mani nei suoi capelli e li stringo forte.
Rappresentano la mia rovina in questo mare in tempesta.
Immergo le mani nei suoi capelli e li tiro con decisione.
Rappresentano il mio salvagente in questo mare in tempesta.
Sento che sto per venire.
L’autoerotismo mi ha aiutato a capire cosa significa e, quindi, cosa mi aspetta una volta giunta fin lì, ma, stavolta, percepisco qualcosa di diverso dal solito. La deflagrazione in arrivo sembra essere intensa oltre ogni previsione.
Non ci bado troppo comunque. Desidero solo farmi travolgere dalle sensazioni che il Collezionista mi sta concedendo.
Rovescio la testa all’indietro, fra i cuscini, spalanco la bocca e respiro a pieni polmoni. Più prendo aria, più mi sento mancare. Significa soltanto una cosa, sto finalmente arrivando. L’orlo del precipizio mi attende, lo vedo, mi lancio e rilascio un grido strozzato. Con calma l’uomo mi accompagna nell’orrido succhiando e penetrando in diminuendo.
Non ho le forze di parlare, ma lo sento. Sento che si avvicina a me, percorrendo il mio corpo a ritroso, dal basso verso l’alto.
Sento che mi accarezza, con le mani.
Sento che mi accarezza, con la faccia.
Sento che mi accarezza, con il corpo.
«Sai di aver eiaculato, vero?»
Apro gli occhi che non ricordavo di aver chiuso. È esattamente di fronte a me. Ha le labbra lucide, ma anche il resto del volto sembra umido. Non mi era mai capitato prima.
«M-mi d-dispiace?»
Quasi lo domando, a stento. Non so che diavolo dirgli. Non connetto molto in questo momento.
Sorride e addolcisce lo sguardo. Mi dà un bacio. Sa di sale e non mi importa, sebbene, fino a ieri, una vita fa insomma, la sola idea mi disgustava, e parecchio.
Fa leva sulle braccia e si allontana. Vorrei che mi tenesse ancora al caldo, contro al suo petto, magari cullandomi un poco, ma gli serve agio per togliersi gli indumenti. Ho goduto mentre lui era completamente vestito, sì.

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Mi aspettavo fosse notevole, ma lo spogliarello lo palesa senz’ombra di dubbio. I muscoli ben definiti, le vene in rilievo, le maestose proporzioni, il villo in risalto e, chiaro, il pene gigantesco: forse dovrei avere paura ora? Sa di avere la mia completa attenzione, comunque. Lo capisco dai suoi occhi. Accesi, consapevoli, pronti.
Lancia i vestiti sul pavimento dove, probabilmente, ci sono i resti della mia camicia da notte. Avrei voluto durasse di più, avrei voluto non la distruggesse del tutto, ma non me ne voglio davvero lamentare. Sto bene così.
Torna a coprirmi il corpo col suo.
«Ora eiaculiamo insieme.»
Mi strozzo con la saliva. Non dice molto, il figlio di puttana, ma lo dice bene. Forse anche io dovrei parlare.
«Sono vergine.»
Era un sussurro, ma ha rotto il muro del suono, se mi baso sull’espressione che ha ora sul viso.
«C-cosa?»
«Ho detto, sono vergine.»
Glielo ribadisco. Perché ansima?
«Oh, scricciolo…»
Attendo in silenzio che il maschio alfa mi dia il segno inequivocabile.
«Piccola, sarai solo mia.»
Ecco. Conosco i miei polli dopotutto.
Mi tocca lievemente la bocca. Se ne appropria facendo razzia, prima a stampo, poi con morso al labbro inferiore, infine alla francese. Riaccende i miei sensi, a uno a uno, piano, a due a due, veloce, tutti e cinque insieme. Percepisco le sue mani sui seni, mi torce i capezzoli, li pizzica tenendo un tempo musicale basato sui nostri stessi lamenti di passione.
Mi avvinghio a lui con braccia e gambe per non perdere completamente il senno. Gli graffio la schiena, cercando di non rompere il ritmo che abbiamo preso.
Stiamo facendo del petting, ma vorrei non si limitasse a questo.
Vorrei che mi penetrasse.
Vorrei che mi facesse male.
Vorrei che venisse con me.
«Sei vergine adesso, tesoro…»
Forse dovevo aspettarmelo, ma si inguaina in me, ancora senza preavviso.
Urlo dal dolore, ma me ne frego.
Urlo dal dolore e sto bene.
Urlo dal dolore. Non desidero nient’altro.
«Ma ora non più, scricciolo mio.»
Si ritira e si incunea.
Grido.
«Non più.»
Si ritira e si incunea.
Grido.
«Non più.»
Si ritira e si incunea.
Grido.
«Non più.»
Spalanco gli occhi. Sto perdendo colpi: quando li ho richiusi?
Lo scopro a fissarmi.
Continua a spingere, spingere, spingere.
Inizio a gemere, gemere e gemere.
Si unisce a me e mi guarda.
Si unisce a me e mi bacia.
Si unisce a me e mi morde.
Dolore su dolore, piacere su piacere, dolore su dolore.
Credo di essere al limite, spero lo sia anche lui.
Credo sia al limite, ho pregato lo fosse anche lui.
«Vieni, fallo per me.»
Lo bisbiglia con autorità e io non aspetto più.
Rilascio quanto ho accumulato.
Rilascio quanto ho trattenuto.
Rilascio quanto ho desiderato.
Dentro di me ho sentito il suo liquido seminale inondarmi.
«Sei bellissima, amore.»
Continua a darmi dei baci. Sulla fronte, sulle guance, sul naso, sulle labbra, sul mento. Non mi marchia le palpebre solo perché ho gli zaffiri, come prima li ha battezzati, aperti a lui.
«Prima di unirci come abbiamo fatto, avrei voluto estorcerti i nomi dei fortunati con cui avevi fatto sesso.»
«Perché?»
Lui rimane a bocca aperta.
«Per ucciderli, è ovvio.»
È bravo a zittirmi.
«Nessuno può violare il mio scricciolo, a parte me.»
Inspiro ed espiro. Mi ritiene già una sua proprietà. Alzo gli occhi al cielo, ma forse non avrei dovuto farlo perché mi afferra il collo con una mano e stringe.
«Nessuno. Può. Violare. Il. Mio. Scricciolo. A. Parte. Me. Chiaro?»
Annuisco freneticamente, sperando molli la presa. Devo smetterla di fare l’impertinente o, per meglio dire, devo imparare a farlo senza ottenere conseguenze.
Apre la mano, un dito per volta, continuando a osservarmi negli occhi. Mi regala altri baci, sfiorandomi anche il punto ferito dai suoi artigli molesti.
«Se hai letto i miei diari, sai che prima o poi ti ammazzerò.»
Lo avviso. Non voglio che si faccia strane idee su di noi.
Ferma le coccole e mi sorride sulla gola.
«Vedremo, scricciolo, vedremo.»
«Già, vedremo.»
Quindi, lo circondo con le braccia e lo tengo stretto, a ridosso del mio cuore.

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Artista: jplenio

 

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Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autrice o, se reali, sono utilizzati in modo fittizio. Ogni riferimento a fatti o persone viventi o scomparse è del tutto casuale.