Sorridendo di fronte all’accoglienza che la mia rubrica di scrittura creativa, Storytelling Chronicles, sta guadagnando tra le partecipanti stesse dell’iniziativa, una bella sensazione per il mio cuore un po’ provato dall’attimo tragico del momento, l’odierno pomeriggio sancisce il magico turno per pubblicare il mio contributo al suddetto appuntamento mensile.
Cosa vi dovete aspettare in questa puntata firmata dalla sottoscritta? Sarò sincera dall’inizio alla fine: per la gioia di molti e la disperazione di altrettanti, il racconto di un mercoledì qualunque porterà a dei seguiti perché si può quasi considerare il Capitolo 0 di una long, un’avventura dal genere per ora sconosciuto che spero vi conquisti come ha fatto con me.

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Quando ho osservato l’immagine decretata come vincitrice dal sondaggio per aprile fatto il mese scorso, da subito la mia testolina iperattiva ha cominciato a macinare idee su idee, scartandone alcune perché, a conti fatti, pensandoci bene, non avevano ragion d’essere e avvallandone altre che, tutto sommato, realisticamente parlando, avrebbero potuto avere ottime chance di vedere la luce del sole in ulteriori progetti vergati, fino a cogliere il fiore perfetto che, ancora adesso, mi sta ossessionando anima e corpo. Avete presente quell’istante preciso durante cui volete leggere una storia che faticate a trovare nei libri altrui? Grazie al mio poc’anzi menzionato desiderio è nata Ruby, una ragazza particolare che, come un gigantesco vaso di Pandora, nasconde qualcosa, a voi, a me e a se stessa.

Creazione a cura di Tania, admin del blog My Crea Bookish Kingdom

 

Una ragazza con indosso una cappa rossa avanzava tranquilla nella foresta. La blanda andatura faceva pensare che stesse camminando per puro diletto, quasi volesse perlustrare i dintorni senza alcun obiettivo ben preciso.
Eppure, non era proprio così.
La sera prima aveva stretto degli accordi col fratello per incontrarsi verso mezzogiorno, nell’unico punto in cui la luce del mattino riusciva a filtrare la boscaglia intorno al maniero.
Se lo ricordava bene, quel lembo di terra baciato dal sole.
Al limitare della dolce curva a sinistra che permetteva di raggiungere il lago Memento, vi era un tronco abbandonato a se stesso. Suo padre aveva tormentato la sua infanzia con la storia dietro cui si celava la nascita di quell’oggetto dalla lignea fattura.

 

«È sempre stato così, Ruby» esordì il genitore, picchiettandole l’indice sul nasino alla francese. «Per la gioia dei tuoi avi, i Tremaine hanno sempre e solo avuto figli maschi.»
L’esuberante gemma preziosa agguantò quel dito malandrino nel suo pugno da seienne, prima di rispondere con una domanda diretta: «Quindi io sono stata adottata?»
Sconcertato da quanto le sue orecchie avevano appena sentito, strinse a sé la sua bambina, evidenziando così una legittima paternità quasi possessiva sulla creaturina in questione: «Chi ha insegnato questa parola alla mia principessa?»
Considerando che il suo giochino le era stato appena sequestrato senza preavviso, la piccola decise di focalizzare la sua attenzione sul volto del padre, usando le manine per fargli fare le boccacce: «L’ho letta sul dizionario di Emmy.»
Afferrati quei dolci tentacoli perennemente in movimento, le chiese: «Non so se sono più allibito nel conoscere che tu legga già dizionari o che tuo fratello ne possegga uno.»

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Una cascata di campelline uscì dalla boccuccia che mostrava con fierezza la sua bella dentatura da latte: Cyrus le sorrise perché era inevitabile farlo davanti a un simile spettacolo della natura.
«Emmy dice che lo tiene lì pronto quando sono nei paraggi perché a volte non mi capisce e, visto che non vuole perdersi una sola parola, tiene il vocabolario a portata di mano.»
Il capofamiglia le diede un minuscolo bacio sulla fronte perlacea. I suoi capelli neri odoravano di rose, una morbidissima goduria dove infilare le mani e perdersi per l’eternità.
Mentre muoveva le gambe a cavallo del padre, Ruby arrossì: «Emmy non lo dice perché è roba da femmine, ma so che mi vuole bene.» Iniziò ad annuire con vigore. «Mi presta sempre le sue macchinine quando voglio giocarci.»
«Non ti vuole solo bene, tesoro. Lui ti adora» le disse strofinandole il naso con il proprio. Se lei non era in grado di star ferma un attimo, il suo genitore non riusciva a smettere di regalarle una carezza ogni volta che poteva.
Nessuna risposta uscì da quelle piccole labbra a forma di cuore, ma l’espressione giocosa e lo sguardo luminoso lo soddisfecero abbastanza da proseguire il suo discorso iniziale.
«No, comunque, non sei stata adottata, angelo mio» asserì, lasciandole le mani per accarezzarle i capelli e metterglieli dietro le orecchie. Sfoggiava da qualche giorno un bellissimo caschetto con frangetta: era contento di vederle libero il suo splendido sguardo antracite con gocce di luce tutte intorno alla pupilla. Quei raggi solari così particolari erano capaci di irretirlo, sempre.
«Sei però stata la sorpresa di tutti quanti noi, ci puoi giurare!»
Ruby non chiese spiegazioni con la bocca, ma le sue iridi eloquenti attesero comunque una delucidazione in merito.
«La natura ha voluto, ad ogni costo, celebrare l’evento a modo suo, sai?»

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La bambina negò con la testa, artigliandosi il labbro inferiore in smaniosa attesa del resto a venire. Predispose il viso al sorgere di un bellissimo broncio perché trascurare qualcosa la indispettiva più di ogni altra mancanza.
«Durante il travaglio, all’esterno del maniero imperversava una burrasca così forte che ha obbligato tutti quanti noi a diventare ostetrici per una notte.»
«In questi “tutti” era incluso anche Emmy?» chiese la figlia in un sussurro, mentre guardava con occhi cospiratori e maliziosi il padre.
«Soprattutto lui, cara: a un certo punto, ha rubato la tua legittima scena perché è stato beccato dall’intera famiglia sull’orlo dello svenimento» bisbigliò Cyrus in risposta, facendole l’occhiolino e ridacchiando non troppo velatamente. Il luccichio divertito nello sguardo grigio di fronte a sé lo ripagò, con gli interessi.
«Mi ricordo benissimo i fulmini che cadevano dal cielo e accarezzavano con violenza la terra, illuminando a giorno il panorama circostante.»
Sorrise durante l’estrazione di quelle immagini dalla sua memoria, sebbene l’unica emozione percepita in quegli istanti lontani fosse stata la più viscida delle paure: e se qualcosa fosse andato storto? Non ci aveva voluto pensare allora e non ci volle pensare adesso. Così, seguitò a raccontare.
«L’unica a non cambiare di una virgola era proprio la boscaglia che tanto ami, tesoro: la sua cupa tetraggine pareva quasi assorbire il chiarore dei lampi.»
Ruby gli lanciò un’occhiata dubbiosa. Mille domande le stavano turbinando nella testa e tutte attendevano una risposta esaustiva.
«È falso, papà!» dichiarò con fare abbastanza belligerante, mettendosi i piccoli pugni sui fianchi. «Non ti ricordi il mio posto preferito?»
«Come potrei dimenticarmene? È esattamente lì che volevo andare a parare.»
La minuscola gemma purpurea aggrottò le sopracciglia. Il senso di quella discussione stentava a emergere, dopotutto.
«Quando sei nata, urlando al mondo intero la tua presenza, uno dei lampi ha fatto breccia nel bosco. Solo così, ancora oggi, la luce riesce a penetrare il fitto fogliame.»

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Le accarezzò il viso per cercare di distendere la sua espressione troppo matura per la sua età. Pensare agli anni che già erano trascorsi lo aveva messo in allerta: voleva godersi la sua bambina prima che diventasse ragazza e poi donna. Non le avrebbe mai permesso di bruciare le tappe.
«Sembra una sciocchezza ora che lo sto dicendo ad alta voce, ma ho sempre pensato fossi tu quella saetta.»
La sua natura di scienziato gli imponeva determinati pensieri che esulavano dalle coincidenze astrali, ma la sua essenza di padre innamorato della propria bambina lo incoraggiava a percorrere comunque quello strano tragitto.
«Così luminosa da fendere l’oscurità, così forte da sbaragliare qualsiasi ostacolo.»
La guardò dritta negli occhi grigi, spalancati dall’inattesa meraviglia, prima di sentenziare: «Il nonno ha categoricamente vietato ai giardinieri di sostituire l’abete che è caduto. Fino al suo ultimo respiro, ha asserito che tutto capita per una ragione e che noi possiamo solo imparare a conviverci.»

 

Lacrime amare stavano solcando il suo viso dal momento in cui si era concessa di rivivere il passato. Succedeva ogniqualvolta un frammento di lui le dominava i pensieri: la morte, dopotutto, riesce a cancellare persino i ricordi più lieti.
La potenza di quelle emozioni contrastanti l’avevano sovvertita a tal punto da bloccare ogni suo movimento. Stava ferma, in mezzo alla carreggiata, i piedi cementificati al suolo.
Si trovava lì, distrutta, ma era come se non ci fosse davvero.
Intorno a lei, l’esistenza continuava. Chi a girare, il mondo, chi a scorrere, il tempo.
Non piangeva più, ormai, eppure ancora sentiva su di sé le scie bagnate lungo le guance.
Essiccate di fronte alla malinconia della sua vita. Evaporate innanzi all’aridità del suo cuore.

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Negli anni, trincerarsi dietro un’armatura era diventato l’imperativo. Che fosse davanti agli altri o al fratello, Ruby non voleva che i suoi sentimenti si palesassero, inopportuni. Quindi, con una forza di volontà che, talvolta, faticava a identificare come propria, si frizionò il viso alla bell’e meglio, detergendo, con la manica dell’abito nero, ogni centimetro di superficie perlacea finché non si sentì soddisfatta. Per fortuna, non mi sono truccata.
Mancava qualche minuto all’ora dell’appuntamento e, anche se sapeva sarebbe comunque arrivata in ritardo, non poteva cincischiare ulteriormente. Così, gambe in spalla, decise di riprendere il cammino.
Essere immersa nella natura la tranquillizzava, da che aveva memoria, un po’ come quando affondava il cucchiaino in una torta paradiso alle fragole: non le avrebbe mai riservato brutte sorprese.
Un passo equivaleva a un morso e un altro passo a un altro morso. Tutto stava nella serena cadenza con cui decideva di intraprendere l’avventura, cogliendo i dettagli intorno a sé senza permettere alla disattenzione di prenderla alla sprovvista.
«Iniziavo a darti per dispersa.»
D’accordo, aveva appena inciampato nelle ultime parole famose. Bene, ma non benissimo.
«Dove eri finita?»
Si avvicinò al tronco dove Emerald era appollaiato. Fermandosi dirimpetto a lui, lo guardò dall’alto, rarissimo istante nel quale era in grado di sovrastarlo con la sua corporatura minuta: si chiese come fosse possibile che quel gigante avesse il suo medesimo patrimonio genetico.
Si accomodò subito dopo, al suo fianco destro, cercando di procrastinare la spiegazione richiesta da Golia.
«Forse dovremmo sostituire questo relitto di tronco con una panchina. Staremmo sicuramente più comodi.»

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Voltandosi a tre quarti verso di lei, le diede una spintarella leggera con la spalla: «Si dice “Via il dente, via il dolore”, Ruby. Perciò, che ne dici di non tergiversare e andare dritta al sodo, rispondendo al tuo caro fratellone?»
Odiava e amava il fatto che non si facesse abbindolare dalla dialettica: malgrado spesso paresse un completo idiota, questa caratterizzazione decisamente superficiale gli era lontana anni luce.
Tentando di mascherare l’alba di un sorriso, la ragazza rispose: «Considerando quanto sei rompicoglioni, mi arrendo al volo.» Con le mani in alto per evidenziare la sua evidente scelta di sventolare bandiera bianca, fece un respiro per calmare l’animo in tumulto: «Mi è venuto in mente papà, Emmy. Tutto qui.»
Un silenzio carico di non detti li avvolse in una morsa glaciale. Erano insieme, ma fra loro si percepiva una certa distanza: lui accendeva l’ennesima sigaretta discutibile che avrebbe fumato quel giorno, cercando di scendere a patti con la rivelazione; lei osservava le unghie appena fatte, immergendosi nel rosso vermiglio pur di evadere dalle sue stesse parole.
In maniera alquanto goffa, mentre faceva un bel tiro alla cicca, le pose un braccio intorno le spalle e la strinse a sé: da entrambe le parti vigeva una precisa difficoltà nell’esternare quanto albergava nei rispettivi cuori.
«Manca molto anche a me.»
Dalla gola le risalì un piccolo sospiro che la indusse a farsi cullare dal fratello, godendosi ogni sua lieve e morbida carezza. Dopotutto, anche un lupo cattivo travestito da Cappuccetto Rosso necessita di coccole. Una volta ogni tanto.
«Perché siamo qui, comunque?» bisbigliò, mentre scrutava un punto indistinto tra gli abeti disposti a filari.

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«Domani inizia il college.»
Dove voleva andare a parare?
«Sei pronta?»
Ruby alzò gli occhi al cielo: si stava decisamente spazientendo.
«Arriva al punto, Emerald.»
«È questo il punto.»
Si scostò dall’abbraccio fraterno per affrontare il suo interlocutore. Il cipiglio scettico, con sopracciglia arcuate a seguito, non prometteva nulla di buono.
«Fammi capire. Ho dovuto saltare il pranzo alla Red Steak House perché tu mi facessi una domanda così scema?»
«Non è una domanda scema!» rispose il ventottenne sicuro dei suoi intenti. O forse no?
«Va bene, può sembrarlo, o magari lo è anche, ma… Voglio solo conoscere cosa pensi riguardo questa novità.»
La sorella sbuffò una risata incredula, strofinandosi la faccia. Prese un bel respiro e chiuse gli occhi, giusto per non cadere in tentazione e strangolarlo: «Che dovrei pensare, scusa?»
«Ma che ne so?! È per questo che te lo sto chiedendo!»
Aspirò un’altra boccata per evitare il contatto visivo. Cosa stava nascondendo?
«È solo il college, Emmy. Cosa potrebbe mai succedere?»
In risposta ricevette solo una scrollata di spalle. Era tutto alquanto strano, ma Ruby decise di non indagare ulteriormente. In fin dei conti, lo avrebbe scoperto il giorno dopo, a sue spese.

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Questo racconto è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autrice o, se reali, sono utilizzati in modo fittizio. Ogni riferimento a fatti o persone viventi o scomparse è del tutto casuale.