Mentre la sottoscritta arranca con gli impegni della propria vita, da un lato lo spettro degli eventi in avvicinamento a cui ha deciso di partecipare a nome del blog quando la pigrizia non aveva preso ormai il sopravvento sulla parte di sé fin troppo iperattiva, dall’altro la montagna invalicabile nella quale la sua tesi si sta evolvendo prima ancora di prendere una forma abbastanza consistente da farla impensierire sul serio con la giusta convinzione del caso in esame, per fortuna, negli attuali tempi infausti ebbri di conoscenze zittite subito e dubbi urlati ai quattro venti, possiamo ancora contare sulle piccole certezze di un’intera esistenza, come ad esempio la rubrica di mia invenzione Storytelling Chronicles, rendez-vous mensile in condivisione con delle temerarie bramose di scrittura creativa che prevede la pubblicazione online di un racconto vertente un argomento preciso scelto tramite sondaggio nel gruppo relativo sulla piattaforma social Facebook.
Considerando, purtroppo, che la tematica vincitrice di maggio non è stata accolta quanto avevo sperato nella realtà parallela in cui mi esilio tre volte su due -per i più curiosi: sappiate solo che avrebbe riguardato la persona narrante lo scritto-, ho deciso di lasciare completa carta bianca alle partecipanti affinché scandagliassero con totale libertà il mondo fantasioso dove raccogliere l’acqua delle idee e alimentare il campo della loro ispirazione: like always, Debora Paolini è l’apripista de La Nicchia Letteraria e quest’oggi ci delizia con un racconto così horror da accapponare anche la più coriacea delle pelli. Provare per credere!

Creazione a cura di Tania, admin del blog My Crea Bookish Kingdom

 

Fonte per il corridoio: Unsplash
Fonte per il teschio: Pixabay
Artista per il corridoio: charles
Artista per il teschio: flegmatik95
Elaborazione grafica: Debora Paolini

 

I look inside myself and see my heart is black
I see my red door, I must have it painted black
Maybe then I’ll fade away and not have to face the facts
It’s not easy facing up, when your whole world is black.
Paint it black, The Rolling Stones

 

Non è per i ventimila dollari del premio che l’abbiamo fatto. Eravamo sicuri di vincere, di riuscire a cancellare dalla faccia del Master quel sorriso beffardo col quale ci aveva sfidati. Nessuno può terminare il gioco; lo diceva sempre, a chiunque intendesse provarci. Ha tentato in tutti i modi di persuaderci ad abbandonare i nostri propositi, ma noi eravamo certi che stesse bluffando. Eravamo pronti a scommettere che di assegni ne avesse già staccati a decine, ma con cifre che andavano ben oltre quelle stabilite, in modo da garantirsi il silenzio necessario ad alimentare la leggenda secondo cui nessuno era mai riuscito a guadagnare la porta d’uscita di The Chamber.
Avremmo dovuto scrutare i suoi occhi con maggiore attenzione, avremmo dovuto soffermarci su quel guizzo di follia che li animava. Il Master conosceva fin troppo bene certa psiche umana: di’ a qualcuno che non potrà mai riuscire in qualcosa, e quel qualcuno sarà pronto a tutto, pur di smentirti. Jack ed io siamo caduti nella trappola.

Fonte: Pixabay
Artista: Tama66

Un documentario su una casa degli orrori, su un’attrazione da luna park molto ben congegnata, tutto è cominciato così. Andiamo, chi di voi non ha mai speso qualche dollaro per provarne una? Il terrore è divertente, quando sotto sotto sai che non ti accadrà nulla di male. E The Chamber, di orrore, ne prometteva a valanghe.
Io e mio fratello, fin da piccoli, abbiamo sempre avvertito lo strano bisogno di ficcarci nei peggiori guai, di rischiare, sperimentare la paura per poi dimostrare a noi stessi che alla fine avremmo vinto noi, come nei film horror che tanto amavamo. E li amavamo tutti, dal primo all’ultimo, perché anche i peggiori splatter altro non erano che la rappresentazione metaforica delle umane angosce, quelle che intendevamo sconfiggere e cancellare per diventare forti, sempre più forti.
Di fronte a storie e immagini di mostri o fantasmi, gli altri bambini gemevano, tremavano, si rifugiavano nei loro letti e finivano per essere perseguitati dagli incubi. Io e Jack, al contrario, ci adoperavamo per dar loro la caccia. Se non riuscivamo a trovarli, la ragione poteva essere soltanto una: ci temevano al punto di fuggire il più lontano possibile. Era la nostra vittoria. I fratelli Winchester, questo eravamo per tutti, ai tempi del college. Solo che noi non cercavamo né Dio, né il Diavolo, e di angeli e demoni pensavamo di non averne mai incrociati.

Fonte: Pixabay
Artista: mattycoulton

Incontrare il Master e ottenere il suo benestare per partecipare a The Chamber non è stata una passeggiata. Dopo aver visto il documentario e decine di altri filmati su Youtube, abbiamo cercato il sito internet dedicato al gioco.
«Ron, leggi qui: non si paga il biglietto! Bisogna portare cibo per cani in dono!»
Il Master era un uomo così terrificante, sadico e psicopatico, che si preoccupava dei poveri randagi! Lo sfottevamo dicendo che con ventimila dollari in tasca, gliene avremmo mandato un tir di cibo per cani. Tutto sommato, una buona azione per noi e una bella consolazione per lui, dopo la sconfitta bruciante che gli avremmo inflitto.
Una volta spulciate tutte le sezioni del sito, ricche di filmati e foto, tutte in apparenza studiate per farci desistere, abbiamo compilato e inviato il modulo d’iscrizione. Sapevamo che la lista d’attesa era almeno di un paio d’anni, quindi, a parte i primi giorni, quelli in cui l’esaltazione per l’avventura che avremmo prima o poi vissuto ancora ci scuoteva da capo a piedi, ce ne siamo dimenticati e abbiamo continuato la nostra vita, come se The Chamber non esistesse. Jack ha addirittura trovato il tempo di sposarsi.

 

Ventotto mesi dopo, eravamo nella stessa stanza con il Master. Avevamo già avuto un contatto via Skype durante il quale, neanche a dirlo, ci aveva invitato a rinunciare. Alla fine, si era dovuto arrendere, quindi aveva fissato una serie di appuntamenti. Conoscevamo solo le date, all’inizio, perché i luoghi ci venivano comunicati all’ultimo minuto, lasciandoci a malapena il tempo necessario per raggiungerli.

Fonte: Pixabay
Artista: Free-Photos

La prima volta, l’abbiamo incontrato in una casa in Tennessee. Siamo stati prelevati all’aeroporto internazionale di Nashville da due uomini che prima ci hanno bendati, poi fatti salire su un’auto. Solo una volta di fronte a lui, ci è stato concesso di vedere. Quell’uomo amava la teatralità, questo era evidente. Ci ha ricevuti in un ambiente sinistro. È sempre rimasto seduto in controluce, sulla sua poltrona dall’altra parte della scrivania, dandoci le spalle e fumando un sigaro il cui olezzo si mischiava a quello di sudicio. Possedeva molte informazioni sul nostro conto. Era quello il motivo di una lista d’attesa tanto lunga? Si prendeva del tempo per conoscere bene coloro che lo sfidavano? Perché? Girava voce che il Master fosse un ex militare con buoni contatti nell’Intelligence americana. Cominciavamo a crederci.
Dopo quaranta minuti di un monologo asfissiante, durante il quale ha ripetuto fino alla nausea che no, noi non volevamo farlo davvero, e che quella era l’ultima occasione per ripensarci, si è deciso ad ascoltare le nostre ragioni. Io e Jack avevamo concordato di parlare il meno possibile per non dargli modo di entrare nelle nostre teste, quindi, quando si è degnato di chiederci perché volevamo prendere parte al gioco, io ho risposto per entrambi.
«Perché possiamo. Perché vogliamo. Perché ti sconfiggeremo, Master.»
«Non è me che dovrete sconfiggere. Il nemico peggiore sarete voi stessi, e presto lo capirete. Questo è il regolamento.» ha replicato lui, senza scomporsi come avrei voluto facesse, gettandosi alle spalle una ventina di fogli che, per uno strano fenomeno, si sono andati a posare sulla scrivania in maniera fin troppo ordinata. «Leggetelo e preparatevi. Se vi riterrò degni di The Chamber, sarete ricontattati entro due mesi.»
«Se ci riterrai degni, o se non avrai troppa paura di noi, Master. Sai? Gira voce che tu scelga soltanto i deboli, quelli che puoi manipolare. Prova a far entrare noi, e vedrai come il tuo castello di carte crollerà.»

Fonte: Pixabay
Artista: Sumekler

Il secondo incontro è stato diverso: il Master nascondeva soltanto il volto ed era circondato da energumeni grossi quanto lui, tutti a viso coperto. Siamo stati sottoposti a diverse visite mediche, poi abbiamo avuto un lungo colloquio con un team di sedicenti psicologi, al termine del quale ci sono state messe davanti le oltre quaranta pagine della liberatoria. Rimasti da soli, le abbiamo lette con estrema attenzione, ma con troppa sicurezza. Dicevamo a noi stessi che quello era l’estremo tentativo di spaventarci a morte.
«Guarda qui, Ron: c’è scritto che potranno torturarci a loro piacimento, e noi dobbiamo accettare di non terminare The Chamber finché la direzione non lo riterrà opportuno.»
«Il paragrafo successivo, però, assicura che sì, non potremo uscire se abbiamo paura, che non servirà a niente piangere, urlare e neppure supplicare, ma anche che sarà la direzione stessa a interrompere l’esperienza, in caso di reale pericolo per i partecipanti. Jack, non ci accadrà nulla di drammatico.»
«Vengono menzionati possibili danni fisici importanti. Davvero non sei preoccupato? Neanche un po’? Firmando, concederemo loro l’opportunità di farci tutto quello che vogliono fin quando vogliono.»
«Parole, Jack, solo parole. Il Master se la gioca con la paura che riesce a instillare nei partecipanti durante la fase della selezione, perché poi, là dentro, sappiamo tutti come sarà: rumori macabri, qualche attore squattrinato travestito da zombie, una o due motoseghe finte, sangue finto, cadaveri finti, ragnatele artificiali, catene… Non è la prima Horror House che affrontiamo. Spaventarci fin dalle fasi preliminari serve a porci in uno stato d’animo che amplificherà l’effetto di trucchi banali e scontati, il tutto per impedirci di vincere, ma noi non ci faremo fregare. Firma e inizia a pregustare la vittoria, fratello: saremo ricordati come coloro che hanno terminato il percorso lungo! Tutti parleranno di noi, diventeremo famosi in mezzo mondo per essere quelli che hanno messo in ginocchio il Master.»

Fonte: Pixabay
Artista: jarmoluk

L’undici settembre, io e mio fratello eravamo di fronte all’ingresso di The Chamber. Ancora oggi, mi chiedo se la scelta di quella data sia stata casuale, o se in essa fosse nascosto un messaggio ben preciso: collasserete su voi stessi come le Torri Gemelle; questo ci stava promettendo il Master?
La sera precedente avevamo dormito in un albergo in Alabama, a Huntsville, per la precisione. Alle otto del mattino, abbiamo ricevuto un messaggio che conteneva il nostro ID, senza il quale non avremmo potuto accedere al gioco, e un indirizzo. Siamo partiti per la battuta di caccia più importante della nostra vita.
Avevamo davanti il portone di un immenso hotel nel bel mezzo del nulla. Neanche tanto originale, pensavo: quello del film Shining era molto, molto più terrificante. Che delusione! Mi allettava soltanto l’idea che noi, da lì, saremmo usciti solo a percorso finito. Anzi, c’era una cosa che forse mi faceva godere ancora di più: sapevo che il Master ci avrebbe osservati per tutto il tempo grazie al capillare sistema di telecamere e microfoni nascosti. Avevo intenzione di pensare a lui a ogni passo, a quanto avrebbe potuto essere contrariato per ogni minuto in cui io e Jack saremmo andati avanti imperterriti nonostante i suoi tentativi di costringerci alla resa. Pregavo di riuscire a vedere qualche telecamera per ridergli in faccia, ma sapevo che l’illuminazione, quasi pari a zero, avrebbe reso la cosa molto difficile.

 

Prime tre ore: tanto fumo, niente arrosto, come previsto. Luci e rumori improvvisi in spazi angusti, sporcizia, puzza, calore o freddo estremi, attori di quart’ordine e costumi ridicoli. Se non fosse stato proibito, mi sarei messo a fumare una sigaretta e avrei fatto persino uno spuntino.
Quarta, quinta e sesta ora: le cose si sono complicate sul serio. Siamo stati catturati e legati, poi le “creature” hanno iniziato con semplici umiliazioni come tagliarci capelli e barba. Io e Jack reagivamo sfottendoli e sfidandoli a fare di meglio. Sembrava non aspettassero altro, come iene cui butti davanti un cadavere ancora caldo da spolpare fino all’osso.

Fonte: Pixabay
Artista: Alpcem

Ci hanno bendati e rinchiusi per un tempo infinito in congelatori pieni di feci e vomito, tutt’altro che artificiali. Siamo stati forzati a ingerire carne putrefatta e insetti, mentre i nostri carnefici ci urlavano nelle orecchie di supplicare pietà, di arrenderci.
All’improvviso, hanno cambiato atteggiamento: ci hanno slegati, ripuliti un po’ e offerto acqua fresca. Eravamo accasciati a terra, esausti e doloranti, ma determinati a non mollare. In due si sono seduti accanto a noi. Uno di loro, vestito da terrorista con tanto di passamontagna, ha preso la mia mano tra le sue.
«Non ha senso continuare a soffrire così: siete stati i migliori, nessuno è mai giunto a questo punto. Non dovete più dimostrare nulla. Basta una parola, da uno qualsiasi dei due, e tutto questo finirà. Usate quella di sicurezza. La ricordate, vero?»
Certo, che la ricordavo, ma potevano sognarsi di sentirmela pronunciare. Ho guardato in faccia Jack e ho capito che lui la pensava come me. Mi sono riempito la bocca d’acqua, l’ho fatta girare tra i denti e, dopo un paio di gargarismi, l’ho sputata addosso all’idiota che mi stava di fianco. A dire il vero, avrei tanto voluto assestargli un cazzotto, ma il regolamento proibiva di mettere le mani addosso agli attori. Bella fregatura!
I carcerieri, ridendo di noi, si sono alzati e hanno fatto qualcosa che non ho più potuto dimenticare: entrambi hanno contemporaneamente rivolto lo sguardo verso il medesimo punto, un angolo del soffitto, e sono rimasti in attesa di qualcosa. Dopo un po’, ci hanno afferrati e trascinati in un’altra stanza. Sulla porta c’era una scritta. Rossa, forse fatta col sangue: ultima ora.

Fonte: Pixabay
Artista: isabellaquintana

«Guardatevi attorno. Capite perché nessuno mai ha terminato The Chamber? Neanche voi volete farlo, lo sapete.»
Il Master era lì, in piedi, con la sua grigia faccia di teschio, in mezzo a una vera e propria camera delle torture, una di quelle che farebbe impallidire il miglior museo di attrezzi medievali atti a stroncare volontà e vite.
Jack è stato prima scaraventato, poi legato supino su una tavola basculante. Nel frattempo, uno degli attori si è avvicinato a me con una siringa in mano. Mi ha iniettato qualcosa e io, in pochi istanti, ho iniziato a sentirmi intontito. La luce mi feriva gli occhi, le voci martellavano il cervello come se fossero state amplificate da megafoni. Ogni cosa intorno a me girava e spariva in un gorgo violento come la mia paura. Altri due uomini mi hanno afferrato da sotto le ascelle per tenermi in piedi. Uno era il terrorista cui avevo sputato addosso, l’altro era camuffato da Morte, e con la mano libera impugnava un’enorme falce. Mi sembrava fin troppo affilata.
«Supplicaci di liberarti.»
«No. Voglio continuare.»
A quel punto, il Master ha fatto un cenno agli attori che erano intorno a mio fratello e quelli hanno tirato su la tavola. La testa di Jack è finita dentro la retrostante vasca d’acqua. Per qualche secondo, è rimasto calmo, immobile. Poi, purtroppo, ha cominciato ad aver bisogno d’aria. Lo vedevo dimenarsi e sentivo i versi che faceva.
«Di’ la parola d’ordine!»
«Se no, che fai? Lo uccidi? Non puoi, sadico bastardo!»
Un altro cenno della testa, e mio fratello è stato tirato su. Gli hanno lasciato giusto il tempo di recuperare fiato, poi hanno deciso di ripetere il trattamento.
«Ultima possibilità, eroe: di’ la parola d’ordine. Non te lo chiederò di nuovo. Se rifiuti, la colpa di tutto quel che seguirà sarà solo tua.»
Non so cosa mi abbia costretto a portare avanti la folle sfida nei confronti del Master. A volte, do la colpa alle droghe che mi avevano somministrato e dico a me stesso che quelle, e solo quelle, sono state la causa della incapacità di valutare gli eventi per ciò che erano; in altre occasioni, mi guardo allo specchio e sono costretto ad ammettere la verità: nel momento stesso in cui c’era in gioco la vita di mio fratello, e anche la mia, a me interessava soltanto vincere, a qualsiasi costo. Ero pronto a morire, anche a sacrificare il sangue del mio sangue. E l’ho fatto.

Fonte: Pixabay
Artista: Monoar_CGI_Artis

Dieci minuti alla fine. Il Master scandiva il tempo, mentre Jack gridava di dolore. Gli avevano già estratto i denti uno a uno, rotto le falangi di entrambe le mani e spezzato una gamba. Adesso lo stavano massacrando di botte, interrompendosi di tanto in tanto solo per ripetere il waterboarding.
Meno otto minuti alla fine. Gli aguzzini, tenendomi ancora da sotto le braccia, mi hanno trascinato più vicino a mio fratello, che aveva smesso di urlare e dimenarsi. Quelli intorno a lui si erano fermati. I suoi polmoni non si erano più riempiti d’aria e il cuore aveva smesso di pompare sangue nelle vene. Jack non c’era più. Mi domandavo perché non riuscissi a piangere, perché dolore e rabbia restassero imprigionati dentro di me.
«Ti avevo avvertito: non sono mai stato io il tuo nemico, ma tu stesso. Ora sai che non volevi farlo davvero. Quel che ancora non sai, però, è che neanche tu uscirai vivo da qui.»

 

Cinque minuti alla fine. L’ultima volta che ho sentito la voce del Master, stava suggerendo ai suoi scagnozzi il modo migliore di farmi fuori e far sparire i nostri cadaveri. Quello che è successo dopo io l’ho scoperto solo quando mi sono svegliato in ospedale, sorvegliato a vista.
Mi hanno detto che, stando ai filmati sequestrati, sono riuscito ad afferrare la falce di Morte e ho decapitato il Master. Qualcuno ha tirato fuori una pistola e mi ha sparato, ma nella confusione del momento non è riuscito ad infliggermi un colpo mortale. Animale braccato e ferito, ho ammazzato o provocato gravi danni a chiunque mi si parasse di fronte. Il terrorista e un paio di zombie hanno pensato bene di fuggire dall’uscita di sicurezza. Anch’io ho oltrepassato quella soglia.
Fine.
Dicono di avermi trovato le forze dell’ordine, chiamate da non si sa chi, quasi in fin di vita.

Fonte: Pixabay
Artista: RyanMcGuire

Era arrivato il mio ultimo giorno in ospedale, stavo per essere trasferito in carcere. Sapevo benissimo che ad attendermi ci sarebbe stata la pena di morte. La mia unica consolazione risiedeva nel sapere che il Master mi aveva preceduto. Avevo vinto, alla fine, e vendicato mio fratello.
Ammanettato e scortato, ero sul punto di lasciare la stanza, quando l’infermiere McKorney è arrivato di corsa e ha intimato ai due agenti di aspettare un attimo: aveva dimenticato di togliermi i cateteri venosi. Ha provveduto in fretta e furia, e io l’ho ringraziato. Dopotutto, lui, più di ogni altro infermiere o dottore, si era dimostrato premuroso, benché io fossi per tutti il folle assassino dell’Alabama, un pluriomicida la cui mente non aveva retto a uno stupido gioco da luna park. Tanto buono quanto fisicamente massiccio. Sarebbe stato un perfetto bodyguard, invece si spaccava il culo con gente come me.
Gli agenti mi hanno di nuovo afferrato per le braccia e costretto a camminare. In un ultimo, disperato bisogno di umanità, mi sono voltato indietro per cercare ancora il calore di uno sguardo amico. Ci sono persone che i film dell’orrore li guardano stando comodamente seduti sul divano di casa o sulle poltrone dei cinema. Io ne ho vissuto uno vero, ho dovuto vedere il mostro nascermi dentro. Volevo, negli occhi dell’infermiere McKorney, scorgere per un istante il riflesso dell’uomo che ero una volta. Lui era lì, a mezzo metro da me, e sorrideva.
«Buon viaggio, eroe. Dimmi, volevi farlo davvero?» ha sussurrato.
E il sorriso si è trasformato in un ghigno demoniaco.

Fonte: Pixabay
Artista: geralt

 

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Anche se ispirati a episodi realmente accaduti, fatti e personaggi di quest’Opera sono frutto della fantasia.
Pertanto, ogni somiglianza a persone reali e vicende realmente accadute è da ritenersi puramente casuale.