Malgrado il periodo attuale non sia dei più concilianti per distrarsi con la scherzosa allegria tipica della classica riunione fra amici di brigata, una quarantena sia fisica sia psicologica che, sebbene induca a percepire nel cuore una naturale paura a cui sottrarsi è decisamente impossibile, assume una connotazione necessaria affinché l’odierna situazione instabile acquisisca quel suo equilibrio smarrito da giorni, nel presente pomeriggio di marzo sul blog cominciamo una nuova settimana all’insegna di Storytelling Chronicles che, riunendo, da una parte, aspiranti scrittrici e, dall’altra, navigati parolieri, consente di migliorare la propria tecnica già rodata grazie al sistema di commenti vicendevoli atti a capire quali elementi hanno bisogno di un sostanziale rassettamento e la maniera più corretta per farlo nel migliore dei modi.
Sempre sul pezzo da quando ho avuto il piacere di conoscerla, Debora Paolini torna ancora in quel de La Nicchia Letteraria, il mio piccolo anfratto che è felicissimo di accoglierla, per la seconda volta, a braccia spalancate, con l’obiettivo di narrarci una storia incentrata su uno dei pilastri basilari della famiglia, Il papà, figura benevola che la mia cara ospite decide di celebrare con un racconto toccante in grado di lambire, con schietto garbo, gli organi pulsanti in ascolto.

Creazione a cura di Tania, admin del blog My Crea Bookish Kingdom

 

Artista: Debora Paolini

 

Maybe we’ll meet again.
Somewhere, again.
When lights go down
Carrie – Europe

 

Il muratore, arrampicato su un’impalcatura sbilenca com’è adesso la mia anima, posa il primo mattone.
Si dice che quando perdi una persona cara, qualcosa dentro si rompe. È vero.
Si dice che sia complicato rimettere insieme i pezzi, quando una parte di te è andata perduta per sempre. Dio, se è vero!
La cazzuola raschia nel secchio per raccogliere il cemento. Prima amavo quel suono; ora mi uccide.
C’è ancora tempo.
I suoi amici piangono come se avessero perso un fratello. Nessuno di loro crede ancora che se ne sia andato via in quel modo, all’improvviso, di notte… da solo. Io non posso accettarlo, Né perdonarmi. Perché non ero lì con lui?
Sua moglie, lei no, non piange affatto. Gli ha augurato la morte per anni, ed è stata accontentata. Il suo ridere e scherzare di oggi è niente, in confronto a quel che le ho visto fare mentre attendevamo l’arrivo degli addetti delle pompe funebri.
La prima fila di mattoni è completa. Non potrebbe, il muratore, rallentare almeno un po’? Ho bisogno di attingere a ricordi diversi, voglio scacciare dalla mente l’immagine di lui nel letto, con gli occhi sbarrati e il corpo freddo, quella del suo cagnolino che vegliava su un guscio ormai vuoto. Assurdo! Persino un pinscher nano ha più cuore di una consorte: mentre lui piangeva e leccava il viso del padrone perduto, la vera bestia sventolava in faccia alla salma una manciata di banconote, ripetendo che da lì in avanti ogni cosa sarebbe appartenuta a lei.

Fonte: Pixabay
Artista: martaposemuckel

No, no! I suoi occhi! Voglio pensare a quelli. Ho sempre invidiato il bellissimo colore che avevano: verdi come la parte inferiore delle foglie d’ulivo. Sono simile a lui quasi in tutto, persino nel carattere, ma quegli occhi erano solo suoi. Quante volte sono stati il mio rifugio? Hanno fatto addirittura il lavoro delle braccia, troppo occupate a procurare pane, per trovare l’occasione di dispensare abbracci.
Basta, muratore, ora smettila! Non portarmelo via, ti prego! Aspetta almeno che mio fratello torni: è andato a raccogliere un ramo dalle piante che quel pover’uomo ha curato con amore fino all’ultimo. Che ti costa rallentare un po’? L’oliveto è poco distante dal cimitero, però tu vai più piano lo stesso.
Il tempo è sempre meno, e le persone me ne stanno facendo perdere fin troppo. È consuetudine, lo so, provare a consolare in qualche modo chi resta, ma a me non va giù. Perché, invece di star lì a dirmi che era un brav’uomo, cosa che so benissimo da sola, non mi raccontano qualcosa di lui?
Non ha mai parlato più di tanto della sua gioventù, degli anni in cui io ancora non esistevo. Ecco, perché quelli che lo conoscono fin dall’infanzia non mi regalano qualcosa da ricordare, qualcosa che possa riempire il vuoto che ho dentro? I ricordi, ora, sono tutto quello che mi resta, insieme al terrore di perderli. Tra un anno o due, ricorderò ancora la sua voce? E le sue espressioni? O pensando a lui rivedrò sempre e soltanto l’immagine di una fine miserabile? Questa è la paura più grande che abbia mai provato.

Fonte: Pixabay
Artista: mac231

Eccolo! Mio fratello sembra un tedoforo, mentre irrompe di corsa nel cimitero portando il ramo
d’ulivo. Come una gazzella disperata, salta a piè pari sull’impalcatura, bacia le foglie sottratte alla linfa vitale della pianta madre e le adagia sulla bara. Morte con la morte.
Io e lui non siamo riusciti a trovare un gesto più autentico di questo, per rendere un ultimo omaggio all’uomo ora vestito di zinco e legno. Penso che sulla lapide farò mettere un ramo d’ulivo di bronzo colorato, al posto del crocefisso, ché lui Dio, in settantatré anni, non l’ha mai visto né pregato. E il demonio non l’ha mai temuto, perché ce l’aveva accanto tutti i giorni e riusciva a sopportarlo.
Al muratore resta solo una fila di mattoni da sistemare. Voglio trovare un bel ricordo da rivivere nel momento in cui la luce sarà per sempre estromessa da quel loculo. Fosse facile! Riesco solo a pensare che non c’è più. Per dispetto, mi viene in mente soltanto la maledetta telefonata che annunciava la disgrazia.
La voce aveva un che di trionfante. Nessun preambolo, niente che potesse prepararmi.
«Pronto? Debora? Vieni, è morto tuo padre.»
Mesi per crescermi dentro di sé; ore e ore di travaglio per mettermi al mondo prima del tempo. Cinque secondi e una frase secca per togliermi tutto.

Fonte: Unsplash
Artista: Alchemran

Passerà, così dicevano. Ti abituerai. La vita continua. Vi chiedete se è vero?
Non passa, non ci si abitua, se non alla rassegnazione per qualcosa che non può essere cambiato.
La vita continua, questo sì, e la vera sfida è stata trovare un modo per rimettere insieme i pezzi e ripararmi, un po’ come i giapponesi fanno con la ceramica adoperando l’oro. Ma esiste una tecnica kintsugi per un cuore spezzato? Per un’anima che ha perso metà di sé?
Un anno dopo la sua morte, la vita mi ha offerto un’opportunità, e l’ho afferrata al volo anche se si trattava di un enorme salto nel vuoto, pur di fuggire via, a quattrocento chilometri da tutto ciò che mi ricordava una quotidianità impossibile da recuperare. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, dice qualcuno. Niente di più falso.
Il tempo, però, un pregio ce l’ha: aiuta a cambiare prospettiva, almeno in parte.
Guardo il geranio che si crogiola al tiepido sole di marzo, sul mio piccolissimo balcone talmente zeppo di piante, da sembrare la foresta amazzonica. Quasi impossibile andare da una parte all’altra senza dover fare un mezzo miracolo per scavalcare camelie, rose, gardenie, piante aromatiche, cymbidium, ciclamini e iris. È la pianta più vecchia di tutte, quella che amo di più. L’ultimo regalo di mio padre.
Da che ho perduto la colonna portante della vita, le sole cose in grado di consolarmi sono cucinare quelli che erano i suoi piatti preferiti, così da ricordare i bei momenti trascorsi in cucina con lui, e curare quel geranio come se l’anima del mio papà non fosse volata via, ma avesse scelto di rimanermi accanto abbigliandosi di rigogliose foglie verdi e fiori rosso fuoco.

Artista: Debora Paolini

Non può essere un caso, se quella pianta sopravvive ormai da dieci anni; men che meno può essere una coincidenza il fatto che, pur trovandosi adesso nella fredda Italia del nord, osi fiorire a gennaio, proprio il mese in cui mio padre nacque nel lontano millenovecentotrentotto.
Mio padre… Ho sempre immaginato di prendermi cura di lui, allorché gli anni si sarebbero accumulati sulle sue spalle fino a curvarle più di quanto il duro lavoro aveva già fatto. Quelle mani, callose e spaccate per aver costruito case, accudito terreni e raccolto frutti, io le avrei cosparse di creme profumate e massaggiate, poi me le sarei portate al viso per ricevere tutte le carezze che non era stato capace di darmi. L’avrei fatto tornare piccolo e sorretto nei passi incerti della vecchiaia, come lui fece con me quand’ero bambina. Non ho potuto che in parte.
Quando giunge l’inverno della vita, le persone rincorrono memorie di giovinezza, perciò sono sicura che mi avrebbe raccontato storie affascinanti. L’avrei ascoltato e avrei gioito con lui per quello che era riuscito a ottenere con ogni sacrificio fatto, avrei capito come mai non buttava via niente, né oggetti, né cibo, o perché si comprava un paio di scarpe solo quando moriva un papa, e il motivo per cui mi pregava di rammendare qualsiasi suo indumento, dai calzini alle maglie, pur di non gettarlo nella spazzatura.
Quelle storie non sono mai giunte alle mie orecchie, se non in dosi troppo piccole rispetto alle reali necessità che sentivo di avere. Eppure, i miei occhi hanno frugato a lungo nel solco che un padre come lui ha saputo lasciare nel terreno della vita, attraverso l’esempio.

Fonte: Pixabay
Artista: daeron

So prendermi cura del geranio perché lui mi ha insegnato a farlo bene. So cucinare perché lui mi ha mostrato come farlo con fantasia e amore. So come apprezzare davvero le piccole cose della vita perché l’ho visto fare a lui.
Guardo la foto sul mobile, sopra il televisore. Era bello, quel giorno, mentre mi accompagnava all’altare. A onor del vero, per i miei occhi di eterna bambina lui era bello anche quando tornava dal lavoro con i pantaloni sporchi e rotti, grigio di cemento dalla testa ai piedi. Lo aspettavo davanti al garage, in realtà una baracca costruita da lui stesso, pronta a ricevere dalle sue mani la chiave per aprire e permettergli così di mettere dentro l’auto senza che fosse costretto a scendere. Insieme, poi, davamo da mangiare ai conigli, alle galline, ai tacchini e a ogni altro ben di Dio che allevava per farci mangiare cibi genuini. Era il momento più bello della giornata, quello in cui mi regalava il tenero sorriso di un padre orgoglioso della figlia che tenta di seguire i suoi passi, in qualche modo. Dopotutto, imitarlo era l’unica maniera che avevo trovato per comunicare con l’uomo che era: di poche parole, a volte anche molto severo, di certo non incline a mostrare affetto attraverso gesti che lui riteneva inutili smancerie. Però di quell’affetto avevo bisogno, quindi, ancor prima di esser capace di formulare un pensiero tanto complesso e comprenderne la portata, ho iniziato a voler essere come lui.
Adesso, quando guardo il geranio allorché il vento ne smuove i rami, è come se una voce mi dicesse che sì, tutto quello che ho sempre voluto, assomigliare a lui, è realtà. Ci sono riuscita, senza perdere me stessa.
Come oro, questo pensiero cola tra le crepe dell’anima e mi aiuta a tenerle insieme. Senza dimenticare, senza soffrire più così tanto nel ricordo. E sorrido, come lui nella foto.

Fonte: Unsplash
Artista: Shane Avery

 

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